Apocalisse: finimondo o consolazione?

Pubblicato giorno 15 febbraio 2017 - notizie

CristoA partire da lunedì 20 febbraio alle ore 18.30, abbiamo iniziato la lectio divina sul Libro dell’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia. L’Apocalisse è un testo particolare che se letto superficialmente si presta a interpretazioni che ne snaturano il significato, lo leggeremo e mediteremo insieme quale libro di consolazione e di profonda fede e speranza nell’agire del Signore che sempre trionfa sul male. L’ultima parola è sempre quella di Dio, di Dio che in Gesù, Agnello immolato per noi, vince il peccato con la Croce, il male con il Bene, l’odio con il dono di Sé. 

L’Apocalisse, termine greco che significa “rivelazione”, è rivelazione di Gesù Cristo, ciò che Lui ha rivelato di Sé stesso. Lui è la rivelazione di Dio e in Lui ci vengono rivelate alcune verità fondamentali sul Regno di Dio, la Chiesa e il senso della storia. Ciò che l’Apocalisse vuole insegnare a ciascuno di noi è il senso profondo e il compimento della storia. Ci svela verso quale traguardo è orientata la vita dell’uomo, ci insegna a leggere la storia, ma non come la si può leggere su internet, sui giornali o sui libri, ma come la si può leggere a partire da una rivelazione: la rivelazione di Gesù Cristo.

LApocalisse, ultimo libro del NT, ha stile, prospettiva e genere letterario diversi da tutti gli altri scritti del NT. Passato, presente e futuro si mescolano tra loro. Il senso nascosto, ma reale, degli eventi assume spessore drammatico. Si ricollega per genere letterario a un gruppo di scritti denominati “apocalittici”, alcuni appartenenti all’AT (Daniele, Geremia, Ezechiele, Aggeo, Zaccaria) e altri esterni alla Bibbia, che riguardano i momenti più drammatici della storia d’Israele: l’epoca successiva all’esilio babilonese (597 a.C.);  il periodo ellenistico con la persecuzione dei Giudei ad opera del sovrano seleucide Antioco IV Epìfane (175-164 a.C.); infine gli anni che seguirono la distruzione del tempio nel 70 d.C. Questo libro assume dall’AT i modelli del suo linguaggio simbolico, che ne rendono comprensibile il messaggio. L’assemblea liturgica costituisce l’ambiente vitale della rivelazione profetica che lo scritto testimonia.

Il termine italiano “apocalisse” deriva dal greco apokàlypsis e indica l’atto di “togliere ciò che nasconde”, “scoprire”, “svelare”, nel senso di “togliere il velo per far apparire ciò che è nascosto”. Sebbene nel linguaggio corrente questo termine sia divenuto sinonimo di catastrofe, disgrazia di immani proporzioni, in realtà esso indica dunque una “rivelazione”. L’Apocalisse giovannea, poi, non ha al suo centro l’annuncio della fine del mondo e la descrizione anticipata dei disastri e dei cataclismi che accompagneranno tale evento. Il titolo del libro, «Rivelazione di Gesù Cristo» (Ap 1,1), indica che esso non rivela nulla di più di quanto è stato rivelato “da” e “in” Gesù Cristo, nell’evento pasquale, e applica tale rivelazione all’intera storia umana.

Giovanni, “fratello e compagno nella tribolazione” (1,9), comunica ai cristiani che leggono i messaggi da lui scritti, quanto il Signore gli rivela sul mistero delle vicende umane. In un primo momento egli si rivolge a sette comunità cristiane, che risiedono in alcune città dell’attuale Turchia occidentale, e mette in evidenza i loro pregi e i loro difetti. Poi, accentuando l’uso dei simboli, descrive il corso della storia, con i tentativi da parte del potere del male di rendere nulli i progetti di Dio. Le meraviglie operate da Dio nel passato, in particolare il trionfo conseguito dall’Agnello-Gesù con la sua morte e risurrezione, offrono all’uomo e alla Chiesa l’assicurazione di un esito positivo del combattimento contro le forze che si oppongono al riconoscimento della redenzione di Cristo e al culto verso di lui. La caduta della grande Babilonia, simbolo della città perversa, sarà il preannuncio della sconfitta definitiva del nemico. Diverrà allora possibile contemplare lo splendore della città nuova, la Gerusalemme celeste, realizzazione perfetta dell’azione di Dio, dove gli uomini finalmente “saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro” (21,3). Ecco un possibile schema:

Prologo e visione inaugurale (1,1-20)
Giovanni alle sette Chiese dell’Asia Minore (2,1-3,22)
Visioni profetiche (4,1-5,14)
I sette sigilli (6,1-8,1)
Le sette trombe (8,2-11,19)
La grande tribolazione (12,1-14,20)
Le sette coppe (15,1-16,21)
Il giudizio (17,1-20,15)
La nuova Gerusalemme (21,1-22,15)
Epilogo (22,16-21).

Sette ChieseGiovanni si rivolge, all’inizio del libro, “alle sette Chiese che sono in Asia” (1,4); ciò suggerisce che l’ambiente originario dei primi lettori dell’Apocalisse sia stato quello dell’Asia Minore. Nel resto del libro non si trovano però cenni che facciano ritenere il suo messaggio globale destinato solo a questa regione. In realtà, in questo scritto potevano riconoscersi tutti i cristiani che abitavano entro i confini dell’impero romano, o meglio i cristiani del mondo intero. Quattro volte l’autore si presenta come “Giovanni” (1,1.4.9; 22,8) e si qualifica come “servo” di Dio e di Gesù, “fratello” dei cristiani in difficoltà.

L’esperienza di rapimenti, visioni, estasi, che ha dato origine a questo libro è avvenuta nell’isola di Patmos, dove Giovanni dava testimonianza a Gesù (1,9). Antiche tradizioni riferiscono dell’esilio dell’apostolo san Giovanni a Patmos, dove avrebbe scritto l’Apocalisse. L’opera mostra caratteristiche comuni con il Vangelo e le Lettere di Giovanni; ma si notano differenze di vocabolario e di tematiche. Per questo a ragione diversi studiosi pensano che l’Apocalisse non sia da attribuire all’apostolo Giovanni, ma a un suo discepolo. La data di composizione del libro è coeva agli altri scritti giovannei: verso la fine del I sec.

Benedetto XVI ha dedicato l’Udienza generale del 23 agosto 2006 a san Giovanni, quale autore dell’Apocalisse, definendolo “il Veggente di Patmos”, perché la sua figura è legata al nome di questa isola del Mar Egeo, dove, secondo la sua stessa testimonianza autobiografica, egli si trovava come deportato a «causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù» (Ap 1,9). Proprio a Patmos, «rapito in estasi nel giorno del Signore» (Ap 1,10), Giovanni ebbe delle visioni grandiose e udì messaggi straordinari, che influiranno non poco sulla storia della Chiesa e sull’intera cultura cristiana.

Lascia un commento

  • (will not be published)