San Bruno e San Brunello

Sulle sponde dell’Annunziata, a nord di Reggio, là dove dai piedi delle colline, che formano il contrafforte occidentale del massiccio dell’Aspromonte, il pianoro degrada dolcemente verso il mare dello Stretto, ai primi del 1700, i pochi coloni, sparsi in gruppi familiari negli ampi giardini ricchi di gelso per la coltura del baco da seta, chiesero una chiesetta e un santo protettore.
Altra gente, pescatori e coloni, più giù, si riunivano nella chiesa dell’Annunziata, anticamente dei basiliani, allora dei francescani della Osservanza, detti pure “Zoccolanti”. I nostri, ai piedi delle colline si sentivano ormai comunità autonoma e bene definita e desideravano vivere i loro momenti di aggregazione nella loro chiesetta.
Avvenne allora che la famiglia Miceli, proprietaria del luogo, costruì una chiesetta, dedicandola a San Bruno, la cui festa era stata estesa a tutta la Chiesa solo nel 1623, mentre da poco, dal 1674, essa era stata elevata a “rito doppio”. San Bruno, infatti, morto il 6 ottobre 1101, venne praticamente canonizzato il 19 luglio 1514. In quel fervore di celebrazioni in onore del santo certosino, la nostra umile gente lo scelse a suo patrono. E non molto dopo vollero una statua del Santo, che, date le proporzioni, venne affettuosamente chiamata San Brunello, da cui poi venne il nome della contrada.
Era una fredda mattinata quella del 27 gennaio 1749, quando l’arcivescovo di Reggio, S.E. Mons. Damiano Polou, in visita alla parrocchia di Santa Caterina del Trivi, volle recarsi anche nella filiale di San Bruno, ch’era beneficiale della famiglia Miceli. Vi doveva celebrare ogni festa e domenica don Giorgio Miceli, ce, assente, era sostituito da un vicino frate minore a cui si donava l’elemosina di 10 ducati annui. La chiesetta era povera, tanto che mons. Polou ordinò di “sbiancheggiarla” (pitturarla con la calce) all’interno e all’esterno, e di indorare l’interno della coppa del calice. Vi erano in compenso tre minialtari, secondo la devozione del tempo, dedicati a San Bruno, alla Madonna e al Patrocinio di San Giuseppe.
Passarono, così, molti anni. E il 20 novembre 1828, il parroco Don Di Capua di Santa Caterina riferiva che nella chiesetta si celebrava raramente.
Quasi trent’anni dopo, precisamente il 30 dicembre 1857, il Don Antonino Adornato relaziona che la chiesa filiale di San Bruno è “pertinenza del commendatore sig. Giuffrè, che l’ha comprata dai Miceli. Si fa la novena e la festa di San Bruno nella festa di Pentecoste “per pura devozione”. Sembra che il passaggio di proprietà della chiesetta dai Miceli ai Giuffrè sia avvenuto ancor prima del 1796.
Nel 1873 e nel 1877, padrone Antonino Giuffrè. Sessant’anni dopo, il 24 novembre 1937, il parroco, Don Nicola Cilione, scrive che nella chiesetta, di proprietà dei signori Grimaldi-Giuffrè, celebra ogni domenica e feste Don Felice Lopresti, alle 8.30.
Finalmente, il 27 giugno 1957, nel nuovo popoloso quartiere, smembrando il territorio dall’originaria parrocchia di Santa Caterina e da quella di Santa Lucia, Mons. Giovanni Ferro erigeva la nuova parrocchia. Il primo parroco, Don Mario Manca, a capo della nuova comunità, costruì con i suoi fedeli sul suolo donato dalla famiglia Giuffrè, il nuovo edificio con annesse opere parrocchiali, in sostituzione della piccola antica chiesetta, dotandoli di tutti gli arredi necessari.

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Non sembrerà strano che Reggio si sia ricordato tardi di San Bruno: solo dopo il 1700 gli ha dedicato una chiesetta, e nel 1957, una parrocchia (Comunque la prima al mondo dedicata a San Bruno! NDR); quando si pensi che solamente il 19 luglio 1514 venne approvato il culto del Santo, esteso alla Chiesa intera nel 1623. Inoltre, fino a non molto tempo fa le parrocchie a Reggio erano numerose; solo in questo secondo dopoguerra, con l’urbanizzazione, vi fu necessità di creare nuove parrocchie. Mi sembra, nella prospettiva della visita pastorale di Giovanni Paolo II alla nostra città, di viva attualità ricordare che Reggio incontrò San Bruno in occasione della visita di un altro papa, Urbano II.
Infatti, San Bruno era venuto a Reggio nel 1089-1090, al seguito del suo antico discepolo, il papa, Urbano II. Nel programma di rilatinizzazione dei territori greci conquistati dai Normanni allora avevano un posto particolare gli ordini monastici latini: benedettini, agostiniani, cistercensi. A questo fine numerosi monaci arrivavano dalla Normandia, Bretagna, Lorena, Germania occidentale per amore cristiano o per spirito di avventura o perché invitati dai Normanni. Fra i nuovi arrivati, s’era fatto il nome di Bruno di Colonia, in un primo tempo, come di colui che aveva portato diecimila nomismi in dono a Urbano II, che si trovava in Calabria e Sicilia, perché lo promuovesse arcivescovo. Erano solo dicerie; ma tanto diffuse che le aveva fatte proprie anche Basilio, eletto arcivescovo bizantino di Reggio, e impedito da Roberto il Guiscardo di prendere possesso della sua sede. In realtà, Bruno, spirito essenzialmente mistico a cui era caro elevarsi a Dio attraverso la via regale della solitudine e del silenzio, non si sentiva neppure sfiorare da simili interessi. Tutti coloro che lo conoscevano bene non ebbero mai il benché minimo dubbio. D’altronde era a tutti noto che i diecimila nomismi (il nomisma era una moneta bizantina di circa 4 grammi d’oro) erano stati inviati al papa per le sue necessità da Ugo vescovo di Grenoble.
Il conte Ruggero, per l’occasione, fu felice di chiedere a Urbano II di nominare Bruno arcivescovo di Reggio, sede metropolitana cui erano soggette quasi tutte le diocesi della Calabria, priva del titolare. Di fronte, però, al rifiuto energico di San Bruno, l’appoggio più largo venne dato al sorgere della Certosa che si sarebbe elevata nell’avvincente silenzio delle adiacenze di Arena e Stilo, a somiglianza della grande Chartreuse già eretta a nord-est di Grenoble. Sarebbe stata un centro irradiatore di spiritualità occidentale e di latinizzazione.
La prima chiesetta con poche capanne attorno fu dedicata a Santa Maria, nel 1094. I numerosi discepoli accorsi da tutta la Calabria e la Sicilia costrinsero Bruno alla costruzione di Santo Stefano del Bosco nel 1099.
La Certosa calabrese è più aderente alla regola camaldolese, distinguendo due classi di religiosi: eremiti e cenobiti; mentre quella di Grenoble si ispira alla regola di San Benedetto.
La nuova fondazione divenne ben presto, conforme ai tempi, un esteso aggregato agrario-feudale.
San Bruno era già morto nel 1101. La sua numerosa e varia iconografia, da allora fino ai nostri giorni, lo rappresenta quasi sempre con ai piedi la mitria e il pastorale, in atteggiamento di rifiuto dell’arcivescovado reggino. Così il nome di Reggio è strettamente associato a quello di San Bruno.
La sua festa venne celebrata nel giorno di Pentecoste a Serra San Bruno; ed i fedeli portando in processione il busto argenteo del Santo, si fermano a toccare l’acqua del laghetto in cui San Bruno era solito compiere le sue penitenze. Tale usanza, fin dalle origini, venne accolta dalle antiche popolazioni che vivevano sul territorio dove oggi si è formato il popoloso quartiere ed è sorta la parrocchia di San Brunello.
Frattanto a Reggio, veniva eletto come arcivescovo il cardinale Rangerio, pure lui già discepolo di San Bruno e ascoltato consigliere di Urbano II.

Mons. Nicola Ferrante

Tratto da: Il Platano