Il Tempo di Natale

Il Natale è la festa memoriale dell’evento in cui questa luce è entrata nel cuore dell’umanità. La festa cristiana è, quindi, una festa di luce. Alcuni elementi liturgici richiamano questa dimensione: la stella seguita dai magi, lo splendore degli angeli che avvolge i pastori, il prologo di Giovanni. Questi contrastano con l’evidente buio della notte da cui i personaggi sono circondati. Alla sua nascita, Gesù appare come una luce splendente nelle tenebre più fitte. Le stesse decorazioni natalizie dovrebbero rimandare a questa simbologia.
La data natalizia ha un secondo significato teologico. Essa è strettamente legata ad un altro giorno: il 25 marzo, festa dell’Annunciazione. Originariamente questa era la prima festa dell’Incarnazione, il giorno in cui Dio si è fatto uomo nel ventre della Vergine. Un’antica tradizione rabbinica pone nello stesso giorno la data della creazione e dunque dell’inizio del mondo. Con l’Annunciazione ha inizio la nuova creazione, quella inaugurata dal sì di Maria e dalla venuta di Cristo nel mondo. Il Natale è dunque la festa della nuova creazione, cioè della Redenzione.
Il Tempo di Natale, festa dell’Incarnazione, inizio della Redenzione, avvento del Sole di giustizia, è anche detto tempo della manifestazione. Esso racchiude le feste che rimandano ai primi eventi tramite cui Cristo ha rivelato la propria natura umano-divina. Oltre al Natale, questi sono l’adorazione dei Magi, il Battesimo impartito da Giovanni, il miracolo delle Nozze di Cana.

NATALE DEL SIGNORE GESÙ

«Andiamo dunque fino a Betlemme» (Luca 2,15)

Vangelo (Luca 2,15-20)
Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva
tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

Commento (Francesco, Omelia, 24 dicembre 2024)
Un angelo del Signore, avvolto di luce, illumina la notte e consegna ai pastori la buona notizia: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Luca 2,10-11). Dio si è fatto uno di noi per farci diventare come Lui, è disceso in mezzo a noi per rialzarci e riportarci nell’abbraccio del Padre. Questa è la nostra speranza. L’infinitamente grande si è fatto piccolo; la luce divina è brillata fra le tenebre del mondo; la gloria del cielo si è affacciata sulla terra. Come? Nella piccolezza di un Bambino. E se Dio viene, anche quando il nostro cuore somiglia a una povera mangiatoia, allora possiamo dire: la speranza non è morta, la speranza è viva, e avvolge la nostra vita per sempre! La speranza non delude. Per accogliere questo dono, siamo chiamati a metterci in cammino. Questa è l’indicazione per ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro
mondo: senza indugio. E ci sono tante desolazioni in questo tempo! Pensiamo alle guerre, ai bambini mitragliati, alle bombe sulle scuole e sugli ospedali. Non indugiare, non rallentare il passo, ma lasciarsi attirare dalla bella notizia.
E questo è il nostro compito: tradurre la speranza nelle diverse situazioni della vita. Perché la speranza cristiana non è un lieto fine da attendere passivamente: è la promessa del Signore da accogliere, chiede perciò di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, che è il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia.

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

«Gesù cresceva in sapienza» (Luca 2,52)

Vangelo (Matteo 2,13-15.19-23)
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Commento (Benedetto XVI, Angelus, 26 dicembre 2010)
La nascita di ogni bambino porta con sé qualcosa di questo mistero! Lo sanno bene i genitori che lo ricevono come un dono e che, spesso, così ne parlano. A tutti noi è capitato di sentir dire a un papà e a una mamma: “Questo bambino è un dono, un miracolo!”. In effetti, gli esseri umani vivono la procreazione non come mero atto riproduttivo, ma ne percepiscono la ricchezza, intuiscono che ogni creatura umana che si affaccia sulla terra è il “segno” per eccellenza del Creatore e Padre che è nei cieli.
Quant’è importante, allora, che ogni bambino, venendo al mondo, sia accolto dal calore di una famiglia! Non importano le comodità esteriori: Gesù è nato in una stalla e come prima culla ha avuto una mangiatoia, ma l’amore di Maria e di Giuseppe gli ha fatto sentire la tenerezza e la bellezza di essere amati. Di questo hanno bisogno i bambini: dell’amore del padre e della madre. È questo che dà loro sicurezza e che, nella crescita, permette la scoperta del senso della vita. La santa Famiglia di Nazareth ha attraversato molte prove, come quella – ricordata nel Vangelo secondo Matteo – della “strage degli innocenti”, che costrinse Giuseppe e Maria ed emigrare in Egitto (cfr 2,13-23). Ma, confidando nella divina Provvidenza, essi trovarono la loro stabilità e assicurarono a Gesù un’infanzia serena e una solida educazione.
Cari amici, la santa Famiglia è certamente singolare e irripetibile, ma al tempo stesso è “modello di vita” per ogni famiglia, perché Gesù, vero uomo, ha voluto nascere in una famiglia umana, e così facendo l’ha benedetta e consacrata. Affidiamo pertanto alla Madonna e a san Giuseppe tutte le famiglie, affinché non si scoraggino di fronte alle prove e alle difficoltà, ma coltivino sempre l’amore coniugale e si dedichino con fiducia al servizio della vita e dell’educazione.

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

«Ti benedica il Signore e ti custodisca» (Numeri 6,24)

Vangelo (Luca 2,16-21)
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Commento (Benedetto XVI, Omelia, 1° gennaio 2006)
Nell’odierna liturgia il nostro sguardo continua ad essere rivolto al grande mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, mentre, con particolare risalto, contempliamo la maternità della Vergine Maria… colei per mezzo della quale il Figlio di Dio entra nel mondo: Maria di Nazareth, la Madre di Dio, la Theotòkos. All’inizio di un nuovo anno, siamo come invitati a metterci alla sua scuola, a scuola della fedele discepola del Signore, per imparare da Lei ad accogliere nella fede e nella preghiera la salvezza che Dio vuole effondere su quanti confidano nel suo amore misericordioso.
La salvezza è dono di Dio; nella prima lettura essa ci è stata presentata come benedizione: “Ti benedica il Signore e ti protegga… rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace” (Numeri 6,24.26)… L’efficacia della benedizione si concretizza da parte di Dio nel proteggerci (v. 24), nell’esserci propizio (v. 25) e nel donarci la pace, cioè, in altri termini, nell’offrirci l’abbondanza della felicità. “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Luca 2,19). Il primo giorno dell’anno è posto sotto il segno di una donna, Maria. L’evangelista Luca la descrive come la Vergine silenziosa, in costante ascolto della parola eterna, che vive nella Parola di Dio. Maria serba nel suo cuore le parole che vengono da Dio e, congiungendole come in un mosaico, impara a comprenderle. Alla sua scuola vogliamo apprendere anche noi a diventare attenti e docili discepoli del Signore. Con il suo aiuto materno, desideriamo impegnarci a lavorare alacremente nel “cantiere” della pace, alla sequela di Cristo, Principe della Pace. Seguendo l’esempio della Vergine Santa, vogliamo lasciarci guidare sempre e solo da Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre! (cfr Ebrei 13,8).

SECONDA DOMENICA DOPO NATALE

«Venne ad abitare in mezzo a noi» (Giovanni 1,14)

Vangelo (Giovanni 1,1-18)
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure, il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Commento (San Paolo VI, Omelia, 25 Dicembre 1964)
Il Natale è buono se è interiore, se è celebrato, non fosse che per qualche momento, nel silenzio del cuore, dentro, nella coscienza fatta attenta e pensosa. Ed è interiore e rinnovatore, se ci fa cogliere il discorso che Gesù, entrando nella scena del mondo, non con le parole, ma con i fatti ha pronunciato. Quale discorso? Quello dell’umiltà; è questa la lezione fondamentale del mistero di Dio fatto uomo, ed è questa la medicina prima di cui abbiamo bisogno (cfr. S. Agostino, De Trinitate, 8,5,7). È da questa radice che può rinascere la vita buona.
E il secondo pensiero si riferisce all’umanità del Natale: siamo in adorazione d’una nascita, d’un bambino, d’un presepio; la vita umana è celebrata nella sua più sacra espressione: ogni culla, ogni creatura umana, ogni infanzia oggi è irradiata dalla luce soavissima di Maria e di Gesù. L’invito è forte e incantevole: bisogna evangelicamente ritornare bambini: «Se non vi farete piccoli come bambini, dirà poi Gesù Maestro, non potrete entrare nel Regno dei cieli» (Matteo 18,2). Bisogna avere il culto della vita nelle sue forme più deboli, più innocenti, più essenziali. Bisogna ridestare nel cuore di carta, di ferro e di cemento dell’uomo moderno il palpito della simpatia umana, dell’affetto semplice, puro e generoso, della poesia delle cose native e vive, dell’amore.

EPIFANIA DEL SIGNORE

«Cammineranno… i re allo splendore del tuo sorgere» (Isaia 60,3).

Vangelo (Matteo 2,1-12)
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: ‘E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te, infatti, uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele’».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Commento (Francesco, Angelus, 6 Gennaio 2025)
Oggi la Chiesa celebra la manifestazione di Gesù, e il Vangelo si concentra sui Magi, che al termine di un lungo viaggio giungono a Gerusalemme per adorare Gesù. Se facciamo attenzione, scopriamo una cosa un po’ strana: mentre quei sapienti da lontano arrivano a trovare Gesù, quelli che erano vicini non muovono un passo verso la grotta di Betlemme. Attirati e guidati dalla stella, i Magi superano ogni difficoltà per arrivare a vedere il Re Messia, perché sanno che sta avvenendo qualcosa di unico nella storia dell’umanità e non vogliono mancare all’appuntamento. Invece quelli che vivono a Gerusalemme, che dovrebbero essere i più felici e i più pronti ad accorrere, rimangono fermi. Sono soddisfatti di quello che hanno e non si mettono alla ricerca.
Questo fatto ci fa riflettere e in un certo senso ci provoca, perché suscita una domanda: noi, io, oggi, a quale categoria apparteniamo? Siamo più simili ai pastori, che la notte stessa vanno in fretta alla grotta, e ai Magi d’oriente, che partono fiduciosi alla ricerca del Figlio di Dio fatto uomo; o siamo più simili a coloro che, pur essendo fisicamente vicinissimi a Lui, non aprono le porte del loro cuore e della loro vita, rimangono chiusi e insensibili alla presenza di Gesù? Facciamoci questa domanda. Secondo una storia, un quarto re mago arriva tardi a Gerusalemme, proprio durante la crocifissione di Gesù perché si è fermato per la strada ad aiutare tutti i bisognosi dando loro i preziosi doni che aveva portato per Gesù. Alla fine, arriva ormai vecchio e Gesù dalla croce gli dice: “In verità ti dico, tutto quello che hai fatto per l’ultimo dei fratelli, lo hai fatto per me”. Il Signore sa tutto quello che noi abbiamo fatto per gli altri. Chiediamo alla Vergine Maria che ci aiuti, affinché, imitando i pastori e i Magi, sappiamo riconoscere Gesù vicino, nel povero, nell’Eucaristia, nell’abbandonato, nel fratello, nella sorella.

BATTESIMO DEL SIGNORE

«Questi è il Figlio mio, l’amato» (Matteo 3,17).

Vangelo (Matteo 3,13-17)
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Commento (San Giovanni Paolo II, Angelus, 13 Gennaio 2002)
I Vangeli pongono quest’evento all’inizio della vita pubblica di Gesù. È, anzi, la prima manifestazione di Gesù come Figlio di Dio, mandato dal Padre per prendere su di sé e togliere il peccato del mondo (cfr Giovanni 1,29). Appena Egli fu battezzato nel fiume Giordano, si aprirono i cieli e scese su di lui lo
Spirito Santo come una colomba, mentre dall’alto risuonò un annuncio misterioso: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3,17).
Il Signore si manifestò così come “il Cristo”, consacrato da Dio nello Spirito Santo, e da Lui mandato ad annunciare ai poveri il lieto messaggio della salvezza (cfr Isaia 61,1-2). Scopo della sua missione è battezzare gli uomini nello Spirito Santo (cfr Matteo 3,11; Giovanni 1,33), cioè comunicare loro il “fuoco” della vita divina (cfr Luca 12,49-50). È quanto si realizzerà completamente con la sua morte e risurrezione, mistero del quale sono resi partecipi quanti appunto ricevono il sacramento del Battesimo.