Quaresima: un tempo per ripartire

Quaranta giorni per rallentare, guardare a noi stessi col cuore di Dio, dedicare tempo alla crescita interiore per ripartire alla luce della Parola.

Una Quaresima per noi
Quaranta giorni, dal mercoledì delle Ceneri alla Pasqua. Nella Bibbia, quaranta è il numero necessario per diventare noi, nell’ottica dell’amore di Dio. Lui ci ha fatti, ci conosce e desidera che esprimiamo davvero le nostre migliori potenzialità. Siamo umani, e ogni tanto ce lo scordiamo: rallentiamo o stoppiamo il cammino, cerchiamo scorciatoie, sbagliamo strada o direzione. Dio è sempre lì ad aspettarci o a venirci a riprendere. Sussurrando parole amorevoli, invita alla conversione e ci fa intendere il prossimo possibile passo. La Chiesa in questi quaranta giorni ci ricorda di lasciarci riconciliare con Lui. Ci suggerisce di individuare i nostri peccati, di chiamarli per nome e di liberarcene, incenerendoli. In queste cinque domeniche ci invita a selezionare semi da coltivare nel nostro giardino. Fioriranno a Pasqua.

I domenica: la grazia
«Grazia» è una parola bellissima. Gradevole e gradita; gratuita e graduale. Grazia è la vita di Dio riversata in noi; è amore fluente che non vuole nulla in cambio; bussa prima di entrare e, se glielo consentiamo, raggiunge ogni nostro spazio vitale. Come ci ha dimostrato Gesù nell’episodio delle tentazioni, Dio c’è anche in un deserto. Non ci abbandona, nonostante il male sembri prendere vigore, assuma voci subdole e insistenti, provi a convincerci del suo valore. Sta mentendo, ma la Parola di Dio è lì per smascherarlo. Siamo più forti e intelligenti noi, insieme al Padre possiamo superare ogni difficoltà, uscirne a testa alta, essere più forti di ogni paura. Le tentazioni più invasive sono quelle che ci convincono della loro bontà. Per questo servono prove, disagi, digiuni: nell’essenzialità e nella sobrietà è più facile distinguere la voce del vero amore.

II domenica: il sogno
Non si raggiunge una meta senza averla prima sognata. Cioè aver colto in noi la voglia di arrivarci, aver gustato la bellezza del punto di arrivo, aver immaginato il percorso e aver provveduto il necessario per superare gli eventuali bisogni e ostacoli. A volte non sogniamo più, ci accontentiamo di essere un ingranaggio di un sistema che passa sulle nostre teste e ci costringe a uniformarci, abbassando lo sguardo sulle cose terrene. Il vangelo della trasfigurazione di Gesù sull’alto monte apre squarci impensabili, fa respirare aria nuova, anticipa un futuro meraviglioso. Come spiega Gesù ai suoi amici, occorrerà aspettare e lavorare affinché possa avvenire. Ma è certo: non mancherà. Non ci è dato un sogno senza la reale possibilità di raggiungerlo.

III domenica: il desiderio
Etimologicamente parlando, il desiderio (desidera) è mancanza di stelle. Eppure ce ne sono troppe, per una vita intera. Guardiamo il cielo al buio e, come Abramo, non riusciamo a contarle. Sono tutte lì per noi. Ne sentiamo la nostalgia e iniziamo a puntarne alcune. La samaritana che Gesù aspetta al pozzo è una donna in ricerca: di considerazione e affetto, di notizie e risposte, di fiducia e salvezza. Certo, banalmente di acqua. Ma Gesù può dissetarla molto più efficacemente. Non deve spegnere i suoi profondi desideri, perché Dio glieli ha posti nell’anima e nel cuore affinché siano soddisfatti. Sono le gioie della bellezza, della pace, dell’espressione di sé, dell’incontro, dell’amore. Nessuno deve accontentarsi di qualcosa di meno.

IV domenica: lo sguardo
Non ci rendiamo conto di quanto sia importante vedere se non quando restiamo al buio, senza luci artificiali e ausili vari. Possiamo dunque immaginare la contentezza e lo scombussolamento di chi è nato cieco e si ritrova d’un tratto in un mondo sensoriale differente. Il personaggio del Vangelo non chiede nulla, abituato a vivere elemosinando, ma si ritrova il dono di Gesù sulla propria strada. Lo accoglie con fede e segue le sue istruzioni, tornando guarito e prostrandosi davanti a colui che si svela inviato da Dio. Ma il Maestro ha molto da dire ai tanti ciechi del mondo, che non vedono l’infinità dei doni del Padre, non ne colgono l’amore e la fantasia, non ne coltivano le opportunità, non condividono nulla e si arroccano sulle proprie ragioni e convinzioni. Vedono peccati là dove non ce ne sono, e non li vedono quando sono così radicati da sembrare assenti o ininfluenti, talmente sono normali.

V domenica: la fede
Un miracolo così grande da sembrare impossibile. Un miracolo forzato, perché Gesù aveva il tempo di tornare a guarirlo mentre il suo amico Lazzaro era in vita. Un miracolo che è uno squarcio sulla grandezza umana e divina del Messia. Ormai ha una consapevolezza totale della propria missione: è giunto il tempo di mostrare che i frutti della fede sono strabilianti. A costo di essere ancor più odiato e perseguitato per questo. Gesù sa che il Padre lo risusciterà, come sta per fare del fratello di Marta e Maria. Eppure si commuove davanti a quelle amiche che non s’immaginano una salvezza così immediata. La vita terrena di Lazzaro ha ancor cose importanti da dire e dare. E la morte è soltanto un passaggio in un’altra dimensione. È la fede a liberarci davvero, già in questa vita. Come diceva Teresa d’Avila: «Niente ti turbi, niente ti spaventi. Dio, Dio solo, basta».

Pierfortunato Raimondo su Dossier Catechista, marzo 2026