Pellegrini all’Eremo

Pubblicato giorno 2 settembre 2019 - notizie

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Nel quinto sabato dedicato alla Beata Vergine Maria, Madre della Consolazione, il 31 agosto 2019, la Comunità di San Bruno si è recata in pellegrinaggio alla Basilica dell’Eremo per elevare suppliche, preghiere per l’intercessione di Maria e ringraziare il Signore per ogni dono nella celebrazione eucaristica delle ore 8,30.

La celebrazione eucaristica, iniziata con i rintocchi della campana, è stata presieduta da mons. Angelo Casile, parroco di San Bruno, che ha avuto la gioia di avere accanto p. Giuseppe Fiumanò, francescano missionario in Marocco di origini reggine. Don Angelo, nel saluto iniziale, dopo aver ringraziato p. Antonio Marranchella, parroco dell’Eremo, e p. Luigi Grisi, viceparroco, per l’invito a celebrare, ha salutato p. Giuseppe con affetto, avendolo conosciuto mentre era parroco nella Parrocchia di S. Maria di Porto Salvo a Gallico Marina, e ha ricordato «l’importanza dell’impegno e della testimonianza evangelica in Marocco, dove i cristiani sono una piccolissima minoranza, mentre nella nostra società, che spesso si dice cristiana, tante scelte sono contro la vita, l’amore, la famiglia».

Numerosa e attenta la partecipazione dei fedeli, devoti di Maria Madre della Consolazione, che, dopo il solenne canto d’ingresso “Aprite le porte a Cristo”, sono stati accolti da don Angelo con queste parole: «Il Signore ci concede la grazia di celebrare l’Eucaristia in questo sabato dedicato alla Vergine Santissima, che contempliamo come Madre della Consolazione, in questa Basilica, in questo Eremo che ne custodisce la memoria, e contempliamo Maria, come Vergine che è accanto a tutti noi ammalati, ammalati nello spirito soprattutto e ammalati nel corpo, perché Maria Santissima ci sostenga e ci protegga. Ci affidiamo a Maria Santissima, alle sue preghiere, perché possiamo realizzare il Vangelo che il suo Figlio ci ha consegnato, e invochiamo il perdono del Signore, riconoscendoci tutti bisognosi della sua misericordia».

Dopo il canto del “Kyrie” e la Colletta, che ha auspicato l’intercessione di Maria santissima per godere sempre la salute del corpo e dello spirito, l’assemblea si è posta in silenzioso ascolto della Parola di Dio. La Prima lettura ci ha fatto ascoltare il profeta Isaia (53,1-5.7-10), a cui è seguito il canto del Salmo 102, mentre l’Alleluia ha preparato i nostri cuori all’ascolto del Vangelo. Dopo la proclamazione del Vangelo, don Angelo ha tenuto l’Omelia che riportiamo di seguito:  

«“Benedici il Signore, anima mia, egli mi guarisce e mi salva”, così il Salmo responsoriale (Sal 102) ci ha invitato a cantare al Signore. Siamo qui per benedire il Signore nella casa della Vergine Maria che sovrasta la nostra Città, siamo nell’Eremo. L’Eremo ci ricorda che per incontrare il Signore bisogna anzi tutto salire, salire dalla nostra vita quotidiana, dalle bassezze dei nostri peccati, dalle nostre incapacità alla sua santità, alla sua benedizione. Nell’Eremo non siamo soli, perché altrimenti, come una persona sola nel deserto, moriremmo, nell’Eremo siamo abbracciati da Maria santissima, che è Madre della Consolazione, cioè Madre di Gesù che è la Consolazione di Dio per ogni uomo. Ricorriamo a Maria nella sua casa, dopo esser saliti dalle nostre case, ricorriamo a lei, che è Madre, Vergine, Salute degli infermi. La salute riguarda sia il corpo, che col passar degli anni invecchia, si ammala, rivelando tutta la fragilità dell’uomo, e sia l’anima, quindi la nostra salvezza, vivere per sempre con Dio: Creatore, Salvatore e Santificatore. Ricordiamo l’incontro dei dieci lebbrosi con Gesù (Lc 17,11-19): tutti sono stati guariti dalla lebbra, poiché hanno creduto alla parola di Gesù e si sono messi in cammino, ma uno solo è stato salvato, quello che è ritornato a ringraziare il Signore.

Comprendiamo che la salvezza è più della salute, anche se abbiamo bisogno di vivere in salute, ma ciò che importa, soprattutto quando soffriamo, è che ringraziamo il Signore, ci affidiamo totalmente a lui, mettendo nelle sue mani, attraverso il sacrificio eucaristico la nostra vita. In lui, ogni malattia, ogni morte è vinta, e anche se per una malattia grave finiamo i nostri giorni terreni, nella fede sappiamo che siamo suoi e niente e nessuno può separarci dal suo amore. Siamo qui a ringraziare il Signore, sentendoci custoditi nelle nostre malattie e sentendo il suo amore verso i nostri cari fratelli ammalati; siamo lieti di ringraziare il Signore, assieme a Maria, che ringraziamo per il suo amore di Madre, per le infinite grazie che sperimentiamo ogni giorno, nella salute e nella malattia.

La Parola che abbiamo ascoltato ci presenta nella Prima lettura un’antica profezia di Isaia (53,1-5.7-10) scritta secoli e secoli prima di Gesù, ma che rileggiamo alla luce della Passione del Signore. Il testo ci invita allo stupore, alla contemplazione, si apre infatti con una domanda: “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?”. Domanda che riecheggia oggi, nel presente, nei nostri cuori: Crediamo nella rivelazione del Signore? Crediamo che lui è il nostro Salvatore? Crediamo che lui è la salvezza del nostro corpo, della nostra anima e di tutta la nostra persona? E ancora un’altra domanda: “A chi si sarebbe manifestato il braccio del Signore?”. A chi si può manifestare la forza di Dio, se non ai suoi figli che corrono verso di lui e camminiamo verso di lui come noi, oggi?

Ed ecco che nella profezia ci viene presentato Gesù: “È cresciuto come un virgulto davanti a lui” che richiama un’altra profezia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse” (Is 11,1). Gesù è il germoglio fiorito dalla discendenza di Davide, figlio di Iesse. “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi”: Gesù maltrattato, deriso, bastonato, sputato, crocifisso, ecco la Passione del Signore, è lui il “disprezzato e reiètto dagli uomini”, è “uomo dei dolori che ben conosce il patire”. Lui, Gesù, è la salvezza, il nostro salvatore, come ci ricorda il suo nome Gesù: Dio è salvatore. Gesù ha sperimentato il dolore, la sofferenza, che ha vinto non con una magia, non ha fatto scomparire il dolore, la sofferenza, ma «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori», i nostri peccati inchiodandoli sul legno della croce e offrendo sé stesso al Padre, così è scaturita per noi la salvezza. Egli “è stato trafitto per i nostri delitti… schiacciato per le nostre iniquità”, come non pensare alle sofferenze della Passione, alle sue mani e ai suoi piedi inchiodati sulla croce?

Abbiamo poi ascoltato: “Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Spesso pensiamo che il castigo sia soltanto una punizione, invece, letteralmente il castigo è ‘rendere casto’, ridare la santità, santità perduta con il peccato e che Dio ci restituisce nel suo amore attraverso i Sacramenti. Ne abbiamo un esempio subito dopo il peccato originale, quando Dio “fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì” (Gen 3,21), ecco il castigo: Dio ridà la dignità che era stata perduta, ci ridona la castità del cuore, cioè di essere suoi, quindi di vivere nella santità. Gesù soffre per noi “il castigo che ci dà salvezza” e noi “per le sue piaghe siamo stati guariti”. La salvezza che ci viene da Gesù ci salva anche nelle malattie, e anche se la malattia fa il suo corso e giunge a corrompere definitivamente il nostro corpo con la morte, tuttavia noi siamo salvati dall’amore di Dio, che non ci lascia vincere dalla morte, per questo è importante vivere ogni momento con grande fede.

Maltrattato, si lasciò umiliare… era come agnello condotto al macello”: Gesù soffre la Passione mentre, nel tempio di Gerusalemme, gli agnelli venivano uccisi per la Pasqua ebraica, ma è Gesù l’Agnello, come ricordiamo in ogni Eucaristia, “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29). “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo”: pensiamo ai processi farsa subiti da Gesù e ai falsi testimoni presenti al Sinedrio. “Per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte”: ricordiamo la flagellazione subita da Gesù. “Gli si diede sepoltura con gli empi”: Gesù morì tra due ladroni, ma a uno di questi, che lo ha riconosciuto come l’Innocente gli ha regalato il Paradiso; “Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno… oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,42.43). Il paradiso è stare con Gesù, per sempre. “Con il ricco fu il suo tùmulo”, scrive Isaia: non dimentichiamo che Gesù fu sepolto nel sepolcro nuovo del ricco Giuseppe d’Arimatea.

La salvezza che ci dà il Signore la vediamo prefigurata nella profezia di Isaia e poi la contempliamo pienamente compiuta nel Vangelo attraverso Maria che ci dona Gesù. Il brano ascoltato del Vangelo (Lc 1,39-56) ci ha presentato Maria che, dopo l’Annunciazione, si mette in viaggio per visitare la cugina Elisabetta, perché se siamo di Dio, non possiamo restare soli. Così ha fatto Maria, ha ricevuto l’annuncio, ha detto di sì al progetto di Dio e non rimane a casa sua, ma si mette in viaggio, un lungo viaggio. Così un cristiano non può rimanere a casa sua, riceve Dio e non lo trattiene per sé, ma lo porta ai fratelli, quindi è missionario, è testimone nella vita quotidiana. Appena Maria entra nella casa, ecco che il Signore, che lei porta nel grembo, è riconosciuto dall’ultimo dei profeti: Giovanni il Battista, che esulta nel grembo di Elisabetta ed Elisabetta esprime la lode a Maria, e Maria esprime la lode al Signore. Riceviamo Gesù, lo portiamo agli altri e assieme agli altri benediciamo il Signore.

La Chiesa santa di Dio con Maria santissima magnifica il suo Signore, perché Dio, l’Altissimo, guarda la nostra povertà, le nostre debolezze, le nostre infermità, e affidati a Maria, che si proclama umile serva del Signore, anche noi possiamo sperimentare la pace e la salvezza. Maria proclama già al passato le diverse azioni del Signore rispetto alle diverse situazioni di oppressione, perché contempla già la vittoria del bene sul male, dell’amore di Dio sulla malattia, sulla morte, sul peccato. Mentre per noi, ancora pellegrini sulla terra, si devono ancora realizzare, appartengono al futuro e si compiranno quando saremo ammessi da Dio, per la sua misericordia nella sua casa, nel suo paradiso.

Guardiamo a Maria santissima, che è Madre nostra, Madre della Consolazione, perché ci conduca al suo Figlio Gesù, nostro salvatore, e a noi il compito, ogni giorno di riconoscerci poveri peccatori, bisognosi della misericordia di Dio, incapaci di salvezza senza l’aiuto di Dio, senza le preghiere di Maria».

Il Magnificat è il cantico di ringraziamento e di gioia di Maria, è un’esplosione di gioia, di affetto, di fiducia, è una preghiera che sgorga dal cuore di Maria, un cuore semplice, umile, pronto a lodare il Signore. Impariamo da Maria ad avere più fiducia in Dio. Dopo la preghiera dei fedeli, il canto “Come Maria” all’offertorio e successivamente i canti del “Santo”, del “Mistero della fede”, del “Per Cristo”, del “Tuo è il regno” e dell’“Agnello di Dio” hanno scandito la preghiera eucaristica, mentre il canto “Magnificat” ha accompagnato la comunione dei fedeli.

La liturgia è stata animata dal Coro della Divina Misericordia, che, guidato dal maestro Pino Puntorieri a cui va tutta la nostra gratitudine, ha aiutato i pellegrini a lodare Maria e il Signore. Prima della preghiera a Maria, don Angelo ha ringraziato i presenti per la generosità e la partecipazione in religioso silenzio, i pellegrini della Parrocchia di san Bruno e il Coro per aver sostenuto l’assemblea nel canto. Anche p. Luigi ha ringraziato don Angelo per la dolcezza e la sapienza con cui ha svolto l’omelia, p. Giuseppe per la sua attività missionaria in Marocco, e tutti i pellegrini per la loro presenza nella preghiera e il Coro per aver cantato con il cuore.

La celebrazione si è conclusa con il canto “Dov’era pianto e strazio”, una strofa di “Vergine bella e santa” pienamente confacente alla preghiera per gli ammalati che caratterizza la giornata. A seguire, la preghiera a Maria perché ci conceda un cuore da fanciullo, un cuore fedele e pronto a servire Gesù. Dopo la benedizione, il Canto finale, che ha messo insieme “Vergine belle e santa” e “O Maria, quanto sei bella”, ha concluso la stupenda celebrazione, ricca di fede verso Maria, nostra Madre, e verso Gesù, nostro Signore.

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